Emozioni tra Oriente e Occidente

L’inserimento di un seminario sulle emozioni nel corso di “Introduzione alla cultura indiana” è stato suggerito dalla presenza alle lezioni di un gruppo di studenti che ormai le seguiva da alcuni anni. Non si trattava più, dunque, di un passaggio di informazioni con alcuni dibattiti, ma di un rapporto più stretto e profondo che utilizzava gli argomenti indologici per riflettere e approfondire aspetti dell’essere umano. Nell’ambito di questi incontri ci si era resi conto di come non fosse sempre semplice verbalizzare le emozioni e allora, consapevoli di quanto la vita emotiva costituisse il pilastro della vita psichica, si decise di partire dalla teoria delle emozioni nell’estetica indiana per arrivare a riflettere sul mondo emotivo in generale.

Considerando poi che buona parte dei partecipanti al corso erano praticanti yoga o l’avevano praticato in passato, si decise di organizzare una giornata in cui inserire esperienze pratiche, consapevoli dell’importanza della dimensione “fisica” nell’emozione e della sua autenticità d’essere. Proprio su quest’ultimo aspetto – l’autenticità – ci si era spesso confrontati anche nei corsi degli anni precedenti, rilevando come troppo frequentemente si indossassero maschere indotte dalle aspettative e dai ruoli, che negavano e reprimevano le emozioni del Sé intimo per un Io pubblico adeguato alle imposizioni sociali.

Ma in un processo onesto di conoscenza di sé risulta impossibile prescindere dalla dimensione emotiva e il vero insight è la capacità di vederla e accoglierla senza pregiudizi.

La teoria delle emozioni nell’ambito dell’estetica indiana

Il fine ultimo dell’evento artistico, in qualsiasi campo si realizzi, è la fruizione del rasa, il godimento estetico che è intuizione salvifica della bellezza eterna e perfetta sottesa alla caducità e all’imperfezione mondana. Tale processo avviene per fasi: l’artista percepisce un dato evento, ne risulta emotivamente coinvolto e sente insorgere dentro di sé uno stato d’animo che lo induce a riprodurre l’esperienza emotiva che ha vissuto. Nasce così l’opera d’arte che viene espressa utilizzando un preciso linguaggio verbale, musicale, formale elaborato e codificato dalla tradizione, volto a contenere l’individualismo dell’artista e a fornirgli uno strumento di comunicazione corale. Il valore dell’artista indiano, infatti, si misura proprio sulla sua capacità di esplicitare i contenuti universali della cultura che l’ha nutrito, facendosi veicolo attraverso la sua creazione di fruizione estetica. Il vincolo a determinate norme non soffoca l’esigenza creativa dell’artista, che risponde ad essa reinterpretando il noto e aggiungendogli quel tocco irrepetibile che è il sigillo della vera arte. Grazie a ciò il vero artista – formato da una lunga preparazione, esperto e capace di introspezione psicologica – risveglia nello spettatore la stessa emozione che ha ispirato la sua creatività, attraverso un processo di risonanza indotto dai significati impliciti dell’opera d’arte – e non da quelli espliciti -, regalandogli così l’esperienza del rasa .

Tale termine con il suo significato primario di “succo, spremitura, quintessenza” allude ad un processo di alchimia spirituale, ove si assaporano le essenze universali delle emozioni umane, trasposte e vissute nella dimensione mitica, libere dai limiti del tempo e dello spazio. La fruizione del rasa, ineffabile godimento artistico ove l’attimo diventa eternità, è esperienza estetica liberatoria, prossima all’esperienza mistica. Perché il fruitore dell’opera d’arte giunga a realizzare il rasa è necessario che sappia rimuovere tutti gli ostacoli materiali o mentali che si oppongono all’identificazione con quanto vede o sente e che sia predisposto all’ascolto e alla comprensione. Aspettativa, attenzione, raccoglimento, contenimento del proprio ego e finezza d’animo sono le caratteristiche del rasika, il vero esteta.

Benché l’ineffabile esperienza estetica sia una, essa si esprime apparentemente differenziata nei nove sentimenti anch’essi denominati rasa, con un processo simile a quello della luce che, attraversando un prisma, sembra scomporsi in raggi di diversi colori. Tali sentimenti o stati d’animo, tonalità affettive fondamentali che si diffondono a tutti i livelli della coscienza, sono associati con particolari divinità, colori, modi musicali, stagioni, ore del giorno, ecc. che li contestualizzano e approfondiscono:

  • l’ erotico, che si esprime nel sentimento dell’amore
  • il comico, che si esprime nel sentimento dell’ilarità
  • il patetico, che si esprime nel sentimento del dolore
  • il furioso, che si esprime nel sentimento dell’ira
  • l’eroico, che si esprime nel sentimento del coraggio
  • il terrificante, che si esprime nel sentimento della paura
  • il repulsivo, che si esprime nel sentimento della ripugnanza
  • il meraviglioso, che si esprime nel sentimento dello stupore
  • il quietistico, che si esprime nel sentimento della pace

Il processo di realizzazione del rasa passa attraverso una serie di stadi che possono essere parzialmente descritti nei termini della moderna psicologia del profondo. In relazione a più o meno improvvise modificazioni dell’ambiente esterno o interno, si registrano precise sensazioni fisiche. Queste, a loro volta, ingenerano reazioni somatiche, nervose e neurovegetative: le emozioni. Se queste persistono, si determinano gli stati d’animo che possono tramutarsi in sentimenti, fenomeni psichici coscienti determinati da fattori di ordine culturale, morale, affettivo, intellettuale, che colorano affettivamente le percezioni e influenzano il comportamento. Certi sentimenti, quali quelli di colpa, di frustrazione, di inferiorità ecc. vengono considerati dalla psicoanalisi come reazioni emozionali subconscie, non espresse liberamente e quindi manifestate da meccanismi sostitutivi quali, ad esempio, la depressione.

La cultura indiana analizza con notevole acume il processo emotivo, segnalandone le componenti. I bhava, emozioni o stati emozionali, si determinano grazie ad un’interazione di più fattori, ovvero:

* “emozioni determinanti”, suddivise in emozione date da una causa effettiva, concreta, essenziale, e emozioni causate da elementi di contorno che fungono da stimolanti

* “emozioni conseguenti”, cioè reazioni ed espressioni corporee che possono essere volontarie o involontarie, come paralisi, sudore, levarsi della peluria, alterazione della voce, tremito, mutamento del colorito, pianto, svenimento

* trentatré “emozioni concomitanti” e transitorie che conducono al sentimento principale, completandolo e integrandosi in esso

* otto “emozioni stabili” (a cui in un secondo tempo si aggiunge la pace), che insorgono quando tutti gli elementi precedenti si fondono armoniosamente ed emerge uno stato emotivo dominante e duraturo, che diventa un sentimento

Se applichiamo quanto sopra illustrato al sentire erotico, ecco come si dipana il processo:

eroe ed eroina si incontrano: emozione determinante data da una causa effettiva, concreta, essenziale, il loro incontrarsi, appunto. Lo sfondo è un giardino, è primavera e la fanciulla risplende di gioielli: emozione determinante causata da elementi di contorno stimolanti.

A questo punto i due personaggi reagiscono l’uno all’altra con sguardi languidi, abbracci, baci, che sono emozioni conseguenti volontarie, mentre rossori, tremori, alterazione della voce sono espressioni involontarie dell’emozione. In concomitanza l’eroina può provare gelosia, pensando ad una rivale, e questo è un’emozione concomitante transitoria.

Tutto quanto descritto conduce ad una emozione stabile, uno stato d’animo dominante e duraturo, che in questo caso è quello erotico, che si esprime nel sentimento dell’amore.

L’artista, utilizzando nella sua opera tutte le componenti sopra citate, si ripropone di risvegliare nel fruitore un preciso stato d’animo che gli faccia provare uno o più sentimenti i quali, quantunque evocati dall’evento artistico contingente, ne travalicano i confini particolari. Sono infatti le gamme del sentire universale quelle che risuonano nell’animo di chi comprende a fondo l’opera d’arte e vibra all’unisolo con questa: nel linguaggio artistico, fatto di suggestioni ed emozioni, la maledizione della Torre di Babele si dissolve e l’umanità ritrova un dialogo unificante. 

Durga mudra

Il processo delle emozioni nella psicologia indiana

Una delle concezioni cardine del mondo indiano è la teoria del karman, ovvero dell’agire che determina con i suoi effetti la necessità di tornare all’esistenza più volte sotto diverse spoglie. L’azione eticamente corretta favorisce una vita futura benedetta da salute, ricchezza e successo, mentre un agire contrario alle norme fondamentali condanna a rivivere nei livelli infimi della gerarchia castale indiana, oppressi da sofferenza e miseria.  Il samsara, la “catena” delle vite che imprigiona nel circolo vizioso di nascita, dolore e morte, può essere interrotto solo con un lungo processo di consapevolezza e disciplina che porti ad azioni neutre, ovvero prive di conseguenze positive o negative. Nei livelli più alti della spiritualità indiana l’obbiettivo finale non è una reincarnazione superiore – poiché perfino la vita degli dei non è esente dalla sofferenza -, ma la liberazione definitiva dai vincoli del mondo materiale per accedere all’Assoluto, il mistero dell’Essere al di là del divenire.

Il vissuto del singolo essere umano, dunque, non è costituito solo dalle esperienze maturate dal momento del concepimento fino all’istante presente, ma da un insieme di impressioni accumulate nelle vite precedenti. Il mondo della psiche è condizionato da due elementi: le vasana e i samskara. Le prime, il cui termine significa “sentore”, sono memorie subliminali, engrafie esperienziali che permangono anche se le cause che le hanno innescate sono ormai scomparse da tempo, proprio come un’ampolla di profumo o una giara di spezie conservano il sentore del loro contenuto anche quando questo non vi è più. Queste latenze karmiche inducono a reazioni e atteggiamenti che tendono a ripetersi, creando i samskara, “concrezioni” o stratificazioni comportamentali che determinano il carattere. L’agire viene dunque condizionato dal pregresso inconscio e determina futuri condizionamenti, in un meccanismo che sembra inarrestabile.

Il rito, la conoscenza e la devozione costituiscono le tre metodologie principali per la neutralizzazione degli atti, trasformandoli in azione “religiosa”, che “leghi” orizzontalmente gli uomini fra loro e con il mondo e verticalmente con il Divino; in consapevolezza discriminante, che porti a “com-prendere” la Realtà ultima; in amore totale, che colmi la distanza con l’Altro e realizzi l’unione salvifica.

I percorsi di liberazione dall’effetto delle azioni, siano essi hindu o buddhisti, non possono dunque prescindere da un’analisi dei contenuti interiori per smascherare gli schemi consolidati e liberarsene. Tecniche millenarie come la pratica yoga o la meditazione vipassana (per citare due degli strumenti più noti) costituiscono un intervento concreto di conoscenza e trasformazione interiore, a cui si rifanno parzialmente gli psicoterapeuti americani collegati alle ricerca sull’intelligenza emotiva. E proprio uno di loro, Tara Bennet Goleman, che ha elaborato la teoria degli schemi, si avvicina alle concezioni psicologiche indiane, in quanto uno schema mentale innescato, ma latente, richiama il concetto di vasana, mentre uno schema attivo che si autoalimenta nel comportamento è vicino all’idea di samskara.

Rituale Padayani, praticato nel Kerala. Foto: Anandsankarsworld. Wikimedia Commons.

Il processo delle emozioni nella neurofisiologia occidentale

Se è vero che i neuroni sono programmati geneticamente, è altrettanto vero che le connessioni e le reti sono date dal vissuto, emozioni in primo luogo. Nel tessuto relazionale della psiche trama ed ordito sono costituiti da emozioni e pensieri che non sono distinti, ma correlati fra loro. I due circuiti, infatti, si intrecciano e il cervello non distingue chiaramente tra emozione e cognizione.

Le emozioni appartengono alla sfera più arcaica della psiche e ci forniscono strategie di sopravvivenza elementari per fronteggiare minacce reali o immaginarie. Sono “eruzioni vulcaniche” che saltano le più lente architetture cognitive della corteccia cerebrale per ottenere reazioni tempestive e sono dunque proattive: lo sottolinea la provenienza del termine dal latino “e-movere”, alludendo ad un flusso di energia psicofisica fondamentale per l’esistenza.

Sono proprio la carica emozionale e l’investimento affettivo a causare il costituirsi della memoria, non solo del singolo, ma di un gruppo famigliare e addirittura di una nazione.

Lo stimolo sensoriale, dapprima registrato dal talamo nel diencefalo, viene convogliato tramite una lunga catena neurale all’amigdala, nel sistema libico, ma il circuito veicola soltanto il 5% delle informazioni mentre il resto raggiunge più lentamente la neocorteccia, la parte analitica e pensante del cervello, per una analisi più sistematica. L’amigdala è la prima a reagire: la sua funzione è quella di immagazzinare i ricordi emotivi negativi e i conseguenti comportamenti reattivi, creando una sorta di magazzino di schemi. Questo repertorio di abitudini emotive negative con conseguenti risposte ripetitive è molto simile alla concezione dei samskara. Quando qualche cosa assomiglia ad un’esperienza passata già registrata, cercando la risposta più veloce l’amigdala ripiega sulla reazione più familiare, ripetendo schemi già collaudati.

Condizionata da una ancestrale memoria emotiva, scatena ondate di ormoni dello stress, in modo particolare cortisolo, prodotto dalle ghiandole surrenali (controllate dal cervello), per fronteggiare l’emergenza. Si modificano così il sistema immunitario, quello endocrino che controlla gli ormoni, il sistema nervoso autonomo che regola il battito cardiaco e via dicendo, con un grande impatto delle emozioni sulla salute generale.

Se in passato gli esseri umani erano soggetti a pericoli quali, ad esempio, aggressioni di animali e altri uomini che richiedevano un’immediata reazione, oggi le minacce sono più simboliche che reali. Pertanto le reazioni dell’amigdala, che opera su labili basi informative, il 5% appunto, sono spesso inadeguate, ma il fatto che siano più veloci causa l’inibizione dell’ippocampo, che è invece l’organo deputato all’abbinamento appropriato delle azioni alle situazioni, poiché dispone di molte più informazioni. Peccato che sia reattivamente più lento dell’amigdala e che un  eccesso di cortisolo rilasciato su impulso di questa possa ucciderne le cellule.

Il centro esecutivo cerebrale è nell’area prefrontale: l’area prefrontrale sinistra è responsabile dei sentimenti positivi, mentre quella di destra innesca i sentimenti negativi. L’area sinistra contiene neuroni preposti ad attenuare le ondate provenienti dall’amigdala e la consapevolezza dovrebbe aumentare questa sorta di diga positiva. Alla base di ogni emozione c’è la necessità di agire: l’impulso è intrinseco all’emozione stessa, però esiste la possibilità di fermarsi a considerare l’intenzione e di aumentare il tempo tra impulso e azione, trasformando così l’emozione distruttiva in energia costruttiva. Lo ha confermato la scienza: il dottor Benjamin Libet, neurochirurgo della facoltà di medicina dell’Università della California a San Francisco, ha scoperto che l’attività elettrica nella corteccia motoria comincia un quarto di secondo prima che l’individuo sia consapevole dell’intenzione di muovere un dito, cioè il cervello attiva l’impulso prima che l’intenzione appaia alla nostra consapevolezza. Poi, tra la consapevolezza e l’inizio del movimento trascorre un altro quarto di secondo. In questo quarto di secondo sta la nostra possibilità di seguire l’impulso o di contrastarlo, impedendogli di prendere il sopravvento.

 La sensazione è causa della cognizione, ovvero del pensiero su ciò che percepiamo, e del sentimento, ovvero della reazione emotiva al processo verificatosi. Pensieri e sentimenti si traducono in intenzioni e progetti per intraprendere le azioni.  Prima di agire è meglio attendere che il bisogno disperato passi – il famoso detto popolare del contare fino a dieci – stando in contatto con le emozioni senza seguire gli impulsi che ci inviano. L’osservazione non è una dissociazione, ma una connessione consapevole.

Dance of Krishna and the Gopis, from a History of the Lord (Bhagavata Purana) manuscript. Wikimedia Commons

La consapevolezza dell’emozione e il contenimento della reazione nell’ambito hindu e buddhista

L’insorgere di un’emozione o di uno stato mentale ha cause immediate e remote: stimoli dell’ambiente, stato fisiologico dell’individuo, pensieri e influssi nascosti, esperienze pregresse registrate nella mente in forma di tendenze abituali.

Gli schemi, che condizionano pensieri, emozioni, comportamenti abituale e relazioni, servono a proteggere dall’insorgere di emozioni sepolte disturbanti. Alcuni si tramandano di generazione in generazione e per raggiungere l’individuazione, presupposto al diventare persone autonome e mature, è indispensabile liberarsene. Tuttavia distruggere gli schemi può sembrare destabilizzante, anche se questi hanno creato una personalità distorta e dolorosa. È il bambino ferito, dicono gli psicologi dell’intelligenza emotiva, che ha costruito lo schema racchiuso nell’amigdala e nel contattarlo è necessaria l’empatia dell’adulto consapevole e affettuoso: la relazione sana con il genitore interiore si fa riparatrice.  Mi pare che in questo siano vicini alle convinzioni di Rogers, il maggior esponente della psicologia umanistica, che crede nel potere risanante della congruenza e dell’empatia del facilitatore. E proprio l’empatia sembra l’alternativa all’apatia, simpatia e antipatia che, secondo il buddhismo, condizionano il nostro atteggiamento nei confronti delle cose. Il problema, infatti, non sono le cose in se stesse, ma le opinioni che abbiamo su di esse. Un’emozione è distruttiva ovvero eccessiva, inadeguata, dannosa per sé e gli altri quando distorce la percezione della realtà e quando ci si aggrappa ad essa, fino a trasformarla in umore e poi in tratto caratteriale.

L’abitudine appresa genera sequenze automatiche di azioni: bisogna diventare consapevoli che l’abitudine è entrata in gioco e fare intenzionalmente qualche cosa che modifichi la reazione abituale: concentrarsi sull’emozione contraria, considerare la transitorietà delle emozioni, utilizzarne il potenziale in maniera positiva – ad esempio la collera che si trasforma in assertività. È possibile anche incanalare le emozioni in un dialogo con la propria intelligenza oppure utilizzare immaginazione e visualizzazione per cambiare lo stato interiore. Del resto è provato che la ripetizione di un’immagine mentale cambia i circuiti cerebrali grazie alla neuroplasticità di questi.

Tutto ciò non significa affatto negare l’emozione, ma vederla come è senza respingerla o modificarla, contenendo le reazioni ad essa. Ciò che muta è la percezione degli stati mentali e il relazionarsi ad essi. La meditazione insegna ad essere coscienti dell’intervallo di vuoto percettivo tra l’oggetto percepito e il concetto, per vedere le cose come realmente sono. La consapevolezza non giudica, se lo fa è pensiero e pensare è un’altra funzione che non è la consapevolezza. Questa è puro guardare, nuda attenzione, riflettere come uno specchio e vedere come se fosse la prima volta.

Uno degli esercizi preliminari alla meditazione di consapevolezza consiste nell’aderire al come ci sentiamo qui ed ora senza occuparci di come vorremmo o dovremmo sentirci: per aiutarsi ci si concentra sul respiro. Ascoltandolo senza tentare di modificarlo, se ne percepiscono le fasi dell’espiro e dell’inspiro e si impara ad abbandonarsi al vedere le cose che vanno e vengono. Anche la concentrazione sul camminare, fatto così ordinario e basilare, è un ottimo esercizio per ancorarsi allo stato presente.

Percepire la collera, ad esempio, non vuole dire identificarsi con essa e risultarne travolti, ma vederne il carattere cangiante e la fluidità, senza giudizio e avversione per quanto si percepisce emotivamente. Il problema non è tanto come ci si sente – in collera –, ma come trattiamo questo sentire: se non possiamo fare niente contro l’emozione della collera, perché le emozioni ci accadono, non le scegliamo, possiamo fare molto in merito a come ci rapportiamo ad essa. Non solo: oltre all’emozione percepita c’è spesso l’avversione o la condanna per il provarla: mi sento in collera e mi arrabbio con me stesso perché la provo. Il giudizio sull’emozione innesca reazioni che impediscono di sperimentare una realtà di noi stessi. Spesso le reazioni sono frutto di “memorie latenti”, ma se siamo radicati nel presente, queste non hanno più posto. Se siamo veramente consapevoli dell’emozione, la reazione si dissolve.

Le emozioni – rassicura il buddhismo – sono come onde sulla superficie dell’oceano mentre la natura fondamentale della mente ne è la profondità. Questa natura ultima della mente è la chiara consapevolezza della realtà senza condizionamenti intellettuali o emotivi.

Conclusioni

Il Buddhismo condanna fortemente l’egocentrismo in quanto ritiene che l’io sia un concetto convenzionale e non una realtà immutabile. L’io è un nome dato ad un continuum prodotto da una rete di sistemi biologici e cognitivi che lo sostengono e viene erroneamente reificato. Un corrente della moderna psicologia occidentale dice che il concetto di chi siamo muta di momento in momento. Il sé è un insieme di parti interdipendenti. Jon Kabat Zinn afferma: “il sé equivale a quello che nella teoria del caos è chiamato un attrattore insolito, un meccanismo che incarna l’ordine, pur essendo anche imprevedibilmente disordinato. Non si ripete mai; ogni volta che lo si osserva è un po’ diverso” (Dovunque tu vada, ci sei già, Milano 1977, ed. Corbaccio).

Gli psicologi che si sono ispirati al Buddha, osservando lo scorrere della vita psichica, cercano di insegnare a vivere le emozioni pure ed epurate da giudizi, senza sprecare energie per combatterle. Il che non significa agirle indiscriminatamente: l’accoglienza incondizionata è sul sentire l’emozione, non sul reagire ad essa.

Osservarsi in maniera consapevole ed equanime – uno dei fondamenti della teoria rogersiana – è dunque anche il cardine del processo di consapevolezza indiano, ove l’ascolto di sé come pratica meditativa non è la ricerca di una esperienza speciale, ma la formazione di un atteggiamento costante. In questa fiducia nella possibilità di trasformarsi nell’incessante processo della vita, realizzando tutti i talenti interiori, concordano sia il pensiero di Rogers che quello indiano.

In uno dei testi fondamentali della spiritualità hindu, la “Bhagavadgita” o “Canto del beato” (diciotto capitoli del VI libro del grande poema epico Mahabharata), la crescita non può prescindere da un percorso di discesa nel profondo di se stessi, un percorso che è prima di tutto umiltà, nel senso latino del termine humilitas, che significa ritorno alle radici e alla terra. Spogliati dalle maschere e facendo tacere i pre-giudizi, si tenta di ascoltarsi percependo le proprie emozioni così come sono, senza giudizi e aspettative, accogliendo qualunque cosa emerge di momento in momento, con totale presenza e a cuore aperto

Questa pura consapevolezza, diretta, non verbale, non concettuale, in comunione partecipe con il corpo, è uno dei traguardi più alti nella pratica buddhista, ma anche nel percorso rogersiano della congruenza.

Il Buddha ha più volte rilevato come quasi mai si sia in contatto con le cose così come sono, ma sempre le si vogliano interpretare prima e durante l’ascolto. Noi decidiamo come vogliamo la realtà, ce la prefiguriamo, ce la raccontiamo e non la vediamo per quello che è. Nel tentativo di controllarla, ci alieniamo da essa e soffriamo perché non è quella che vorremmo. Noi stessi, rincorrendo modelli e contraendoci nel giudizio e nel confronto, ci condanniamo all’insoddisfazione. La concentrazione e la meditazione aiutano ad allentare il controllo e a contenere la proliferazione mentale, conducendo a riposare nell’immobilità e nel silenzio, attenti ed accoglienti nei confronti di qualsiasi risonanza interiore. Tagore, poeta indiano Premio Nobel per la poesia nel 1913, nei suoi componimenti altamente spirituali celebra l’accoglienza limpida, fanciullesco, pronta allo stupore di tutto quanto ci circonda: “Ho giocato tra bellezze dell’universo, i miei occhi hanno visto cose meravigliose” (da Ghitangioli, 6 agosto 1910)

L’approfondimento della consapevolezza accettante e la capacità di discernimento del nostro e dell’altrui sentire favoriscono un aumento della sensibilità che apre alla solidarietà. Meno emotivi e più sensibili, si accoglie con gratitudine la gioia e con pazienza il dolore: passano entrambi. Il sereno disincanto davanti alle lusinghe dell’avversione e dell’attaccamento che il buddhismo predica non porta alla svalutazione della vita, ma al suo fruirla con saggia imparzialità e sorridente equanimità.

Equanimità: quella presenza mentale che è consapevolezza non giudicante, nucleo profondo dell’amore, della compassione e della gioia empatica. In termini rogersiani congruenza, considerazione positiva incondizionata, empatia.

Per questo breve e tutt’altro che esauriente excursus centrato sulle emozioni in alcuni ambiti della psicologia indiana mi sono sentita legittimata dalla frase di Rogers: “…le differenze nazionali, razziali e culturali, appena si scopre la persona, finiscono col non apparire importanti. A dispetto di tutte le diversità, esiste un grande potenziale che permette di comprendere e avvicinarsi ai problemi umani che noi tutti cerchiamo di affrontare” (Potere personale, pag. 125).

                                                                  Marilia Albanese

Kṛṣṇa danza con le Gopi. One of forty-nine coloured gouache illustrations. Wellcome Collection.

BIBLIOGRAFIA

Sulle emozioni:

Anandavardhana: Dhvanyaloka. I principi dello dhvani, a cura di Vincenza Mazzarino, Torino 1983, ed. Einaudi

Tara Bennet Goleman: Alchimia emotiva, Milano 2001, ed. Rizzoli, pag.394

Valentina d’Urso: Arrabbiarsi, Bologna 2001, ed. Il Mulino, pag.130

Dalai Lama, Daniel Goleman: Emozioni distruttive, Milano 2003, ed. Mondadori, pag. 462

Aldo Carotenuto: Il tempo delle emozioni, Milano 2003, ed. Studi Bompiani, pag. 264

Sul counselling:

Carl Rogers: Psicoterapia di consultazione, Roma 1971, ed. Astrolabio, pag. 258

Carl Rogers: Potere personale, Roma 1978, ed. Astrolabio, pag. 256

Rollo May: L’arte del counseling, Roma 1991, ed. Astrolabio, pag. 151

Pete Sanders: Counselling consapevole, Molfetta 2003, ed. La Meridiana, pag. 246

Varie:

Francesca Emiliani, Bruna Zani: Elementi di psicologia sociale, Bologna 1998, ed. Il Mulino, pag. 393